La tragicronaca

Nella trentaduesima giornata di campionato l’Arezzo sfida l’infida compagine del Pro Patria, antica gloria calcistica della serie A dell’immediato dopoguerra, oggi malinconico fanalino di coda in Lega Pro. Lo spettacolo si svolge di sabato pomeriggio, in una giornata serena e neanche tanto fredda, adatta per gite in campagna e passeggiate per il Corso Italia. Per sostenere l’Arezzo al Comunale ci sono più di 1900 spettatori (fra abbonati, paganti, non paganti e arditi vari), mentre sono 8 gli ultras del Pro Patria arrivati allo stadio (tutti pensionati della Bovisa), più Blatter in incognito travestito da mendicante. Arbitro della pugna Santino Santana, chitarrista finto hippie, session man di successo negli anni ’80, caduto in disgrazia quando prese l’incauta decisione di eseguire esclusivamente cover dei Bee Gees cantate in latino. Ancor oggi è ricercato da tutte le case discografiche del Regno, e dai loro sicari, che lo vogliono scotennare. Alle 16 in punto Santana dà l’avvio alla gara con una veloce riff di “Born to be wild”. L’Arezzo attacca da subito ma appare meno concentrata del solito, forse distratta dalla salvezza praticamente raggiunta, forse perché reputa l’avversario poco alla moda, o forse perché ha il pensiero a future domeniche di sole e iodio sulla riviera romagnola. Il Pro Patria ne approfitta subito, incide soprattutto sull’out di destra con ripartenze rapide, e da lì arriva il suo vantaggio: siamo al 3° la piccola mezzala Candido, uomo semplice e generoso, si incunea nella fascia e crossa in area; la palla viene respinta di testa ma è poi subito ripresa da Arati poco fuori area che azzarda un tiro scomposto. La conclusione risulta talmente sbieca da essere un involontario assist per Terrani, il quale, da par suo, appostato davanti a Benassi, sborda in rete. Forse è fuorigioco, forse no, il guardalinee non alza la bandierina, distratto dalla conversazione tramite smartphone con una giovane cubista brasiliana.
Scossa dallo svantaggio l’Arezzo, con spirito vendicativo, si arma di tondini e mazze chiodate e assalta la tre quarti degli ospiti per ribaltare rapidamente il risultato. Per una ventina di minuti si vede un’ottima squadra. Al 13° ci prova Yaisien la cui conclusione di tacco viene intercettata dal portiere avversario Melillo, detto Ape Maya; al 14° altra manovra avvolgente dell’Arezzo: palla a Sabatino che dalla fascia sinistra crossa bene dentro l’area, Montini si getta con un tuffo acrobatico teso in avanti (coefficiente di difficoltà 3.5) ma purtroppo colpisce la palla di zigomo e questa va alta sopra la traversa, almeno sedici metri in direzione della costellazione di Orione. Due minuti dopo però arriva il meritato pareggio: azione di calcio d’angolo, tocco rasoterra indietro per Sabatino, che guarda in area e mette l’ennesimo cross in mezzo. La difesa del Pro Patria indecisa se marcare a uomo, a zona, fare i blocchi o eseguire un balletto di Mussorsgky, opta per quest’ultima soluzione, lasciando libero Panariello che di testa è abile a indirizzare il cuoio nell’angolino alla sinistra del portiere. Al 19°, sulle ali dell’entusiasmo e sull’incitamento da bordo campo delle ragazze amaranto, l’Arezzo raddoppia con il suo miglior giocatore, Yaisien. La rete va così: il Pro Patria, che per motivi di risparmio gioca con la maglia dei detenuti dell’Ucciardone 1975-76, si difende con un muro totale cementizio sulla linea dell’area di rigore. L’Arezzo prova a sfondarlo centralmente a pallonate, poi genialmente Villagatti imbecca con l’esterno destro Franchino che si infila in area lateralmente a destra: il suo tiro viene respinto dall’Ape Maya, poi la sfera arriva Yaisien che con un tocco felpato insacca e sigla il 2-1. Il bel gioco amaranto però dura poco, la squadra di casa lentamente si accontenta dei ritmi bassi e languidi dell’arbitro Santino Santana il quale dirige tramite assoli alla Eric Clapton. Al 27° per poco il Pro Patria non pareggia, l’ex Serafini, con un tiro teso di destro dai venti metri, colpisce il palo alla destra di Benassi. La conclusione schiaccia nel legno una povera cimice, poi ricoverata d’urgenza al San Donato.
La gara scorre via senza grandi sussulti, fra gli ospiti si fa notare un giocatore che poi sarà decisivo, La Morte, proveniente dalla squadra rumena del Lokomotiv Nosferatu, acquistato in dicembre insieme a De Profundis e Sfigatu. Questi ultimi poi sono stati subito rivenduti, non perché scarsi, ma perché avevano troppe controindicazioni: tutte le settimane avevano bisogno del sangue di una vergine, potevano giocare solo in notturna, volevano andare sempre in ritiro al cimitero di Praga, ululavano di notte etc. A malincuore il presidente ha dovuto gettarli in una fossa e lasciarli marcire in pace.

Finito il primo tempo, l’Arezzo subisce una brutta tegola, deve rinunciare al suo attaccante Yaisien che ha un infortunio muscolare: il medico cerca di rattopparlo con il nastro adesivo e il vinavil, ma l’intervento, benché generoso, non è bastevole. La ripresa inizia ma l’Arezzo è di nuovo distratto, echi di spiagge affollate risuonano nella mente dei giocatori, e il Pro Patria ringrazia agguantando il pareggio che sarà definitivo: siamo intorno al 47° viene battuta da Candido una punizione dai 35 metri sull’out di destra. La palla arriva curvilinea, lenta e ballonzolante in area dove ci sono tre giocatori biancoblu lasciati inopinatamente soli: il primo prende il palo di testa (nel senso che con il capo si va schiantare contro il legno), il secondo azzarda una mossa di kung fu ma rimane bloccato a causa dell’artrite, il terzo, che è La Morte, insacca di piatto con il pallone quasi sulla linea di porta. Sull’esultanza del giocatore, il manto erboso del campo avvizzisce e inesorabilmente il cielo diventa plumbeo.

Capuano non si fa affliggere dall’immeritato pari e tenta in ogni modo di vincere, proponendo anche tre attaccanti insieme: Erpen (subentrato a Yaisien), Bonvissuto (in sostituzione di Montini) e Padulano (entrato al posto del difensore Guidi). Non gli servirà, come non gli serviranno le indicazioni-imprecazioni dalla panchina perché l’allenatore del Pro Patria, Marcello Montanari, ripesca un vecchio modulo del 1989 imparato dal suo vecchio allenatore Orrico (che si dice a sua volta lo abbia appreso in Irlanda nel 1956): palla lunga e pedalare.

La partita non produrrà più azioni importanti, l’unico sussulto è nel finale, quando Carcione quasi quasi riesce a segnare direttamente su tiro da calcio d’angolo. Innumerevoli le sviste arbitrali, ormai sempre più assorto nel suo live tossico, e chiude la gara, fra le imprecazioni del pubblico  eseguendo “Down in Mexico”. In settimana Capuano, sigaro e tequila, prende spunto e manderà i suoi in ritiro nel deserto della Sierra Madre.
 

Luca Innocenti





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